Procedo molto lentamente, perché la natura è per me estremamente complessa, e i progressi da fare sono infiniti. Non basta “vedere” bene il quadro, bisogna anche sentirlo con esattezza, e poi esprimersi con forza e chiarezza. Ho voluto legare le linee fuggenti della natura. Voglio dipingere la verginità del mondo. Spesso mi chiedono quale è il fine ulitmo della mia arte, quali risposte cerco di dare, quali zone artistiche voglio esplorare. A tutti rispondo che : “VOGLIO DIPINGERE L’ARIA CHE RESPIRIAMO E LA LUCE IN CUI VIVIAMO!”. Spero che questo “messaggio” non venga intepretato da un punto di vista puramente mistico-religioso o metafisico perchè niente sarebbe più sbagliato. Non ho scopi “metafisici” di dechirichiana e rothkiana memoria… voglio realmente dipingere l’ARIA che “respiriamo” e la LUCE che “vediamo” quotidianamente.   L’artista deve temere lo spirito da letterato che porta così spesso il pittore ad allontanarsi dalla sua vera strada: lo studio concreto della natura. Il “disegno” ed il colore non sono affatto distinti. Man mano che si dipinge, si “disegna”. Più il colore diventa armonioso, più il “disegno” si fa preciso.

Se i quadri si potessero spiegare e tradurli in parole, non ci sarebbe bisogno di dipingerli.

Penso che si debbano controllare i materiali in modo misurato, ma è importante lasciare che essi abbiano una sorta di vita propria; come la naturale forza di gravità, se dipingi un muro la pittura gocciola; non c’è motivo di combatterla.

La pittura è innanzitutto un prodotto dell’immaginazione, non deve mai essere una “copia”. L’aria che si vede nei miei quadri non è respirabile.

L’arte deve esplorare sensazioni sconosciute in passato; spogliare l’arte dal comune e dall’accettato… sopprimere completamente l’uomo quale guida o come mezzo per esprimere dei simboli, delle sensazioni, dei pensieri, liberare la pittura una volta per tutte dall’antropomorfismo… vedere ogni cosa, anche l’uomo, nella sua qualità di cosa.

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